_____DISCOGRAPHY___________________________________

Canti senza parole

Mario Caroli, flute; Keiko Nakayama, piano
Stradivarius CD STR 33860

TRACKLIST
1. Giulio Caccini: "Amarilli" 2. Claude Debussy: "Syrinx" 3. Ferruccio Busoni: "Albumblatt" 4.6 Felix Mendelssohn-Bartholdy: "Lieder Ohne Worte" op.30 nrr. 1-3-6 7. György Kurtág: "Doloroso" 8. Arthur Honegger: "Romance" 9.30 Marin Marais: "Les Folies d'Espagne" 31.35 Jacques Desbrière: "Cinq pièces étranges" 36. Magnus Blondal Johansson "Solitude" 37. Erland von Koch "Cantilena" 38. Gabriel Fauré "Pièce"

NOTE
Cd recorded on August 2008 in the Concert Hall of the Akiyoshidai Art VIllage (Japan). Hisashi Chiku, recording engineer.

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REVIEWS
Andrea Bedetti, "Mario Caroli, un flauto travestito da essere umano"(I)

(http://guide.supereva.it/musica_classica/interventi/2010/07/mario-caroli-un-flauto-travestito-da-essere-umano)
Ci sono alcuni interpreti, pochi a dire il vero, i quali raggiungono un punto tale d’identificazione con il loro strumento da frantumare la barriera fisica che li separa per immedesimarsi in essi. Pensiamo, ad esempio, a uno Sviatoslav Richter con il pianoforte, a Jascha Heifetz con il violino, a Maurice André con la tromba, all’immenso Mstislav Rostropovich con il suo violoncello Stradivari. In quei casi, rari e miracolosi, lo strumentista diventa lo strumento, è semplicemente lo strumento. Uno strumento che parla, si muove, ascolta, suona e riflette. Nell’empireo di questi eletti, di questi strumenti “travestiti” da esseri umani, c’è anche un flauto che porta il nome di Mario Caroli, lo straordinario artista pugliese che, ad appena trentasei anni, viene giustamente osannato dalla critica e dagli appassionati di tutto il mondo. Capace di un’incredibile duttilità interpretativa, capace di passare tranquillamente da un concerto barocco a un pezzo di musica contemporanea, il flauto Caroli (nella foto a fianco) riesce a esprimere se stesso con la massima naturalezza, che si tratti di essere potente, delicato, poetico: nulla gli è precluso. Ascoltarlo significa annullare l’idea di un qualcosa che emette suoni, per concentrarsi unicamente sul suono. Ne fa fede il suo ultimo disco, pubblicato dalla Stradivarius, intitolato “Canti senza parole”, un delizioso ossimoro per un flauto travestito di carne e ossa. Ma, d’altronde, uno strumento che cammina, quando vuole, può fare tutto ciò che gli passa per il cervello e per l’anima, perfino cantare senza emettere parole, ma solo suoni che assumono il valore alto di un canto purissimo. Esprimersi in libertà e con gioia: è tutto ciò che chiede il flauto chiamato Mario Caroli, come ha fatto appunto in questo disco, registrato nella Concert Hall dell’Akiyoshidai Art Village in Giappone nell’agosto di due anni fa. Lì, nelle pause di un festival musicale, Caroli ha voluto registrare alcuni brani senza alcun filo logico o un piano preciso. Quindici brani (alcuni dei quali vedono anche la presenza della brava Keiko Nakayama al pianoforte) che spaziano da Giulio Caccini e Marin Marais (su trascrizione dello stesso interprete-flauto pugliese) fino a Kurtág, Debrières e von Koch, attraverso Debussy, Busoni, Fauré e Honegger, per citarne solo alcuni. Un viaggio unico, immaginifico, tra concreto e astratto, tutto in nome del proprio modo di essere, ossia il flauto. Un flauto che canta (appunto), parla, suona, sogna e vive. In fondo, a ben vedere, la musica è tutto ciò. E Mario Caroli lo fa in modo semplicemente meraviglioso. Alla fine dell’ascolto, mi sono tornati in mente i gesti dell’anziano Sergiu Celibidache (nella foto) sul podio, alle prese con le sconfinate partiture dell’amato Bruckner, ormai intrisi di saggezza orientale, essenziali, nemici mortali di ogni atto superfluo. Ebbene, il flauto Mario Caroli è come la bacchetta di Celibidache: essenziale, delicato eppure imperioso, perfino quando accarezza le nostre orecchie. Ma questo miracolo accade solo quando un interprete smette d’interpretare per trasmutarsi, come in un’opera alchemica, nello strumento stesso. Proprio come Mario Caroli, di professione flauto.

 

Molly Barth, "Flute Quarterly, Nov 2013" (USA)
As the title suggests, Mario Caroli sings through his flute in every work on this CD. He seductively draws an enormous variety of colors out of the instrument, and never for a moment lacks amotion. As he stretched the boundaries of the slow mouvements and pushed the limits of the fast passages, I was drawn into every piece. The wide scope of work that Caroli chose, from Caccini's "Amarilli", written around 1600, to Kurtag's "Doloroso", written in 1992, displays his timbrical and temporal flexibility. I appreciate the CD (which features pianist Keiko Nakayama) for its inclusions both of familiar works and virtually unknown pieces. Much of the CD is devoted to Marin Marais' "Les FOlies d'Espagne", which is at various times joyful, carefree, sensual and occasionally quite pained. I particularly enjoyed his interpretation of the fast variations in this work but felt the slow mouvements in general to be too drawn out. I found "Solitude" by Magnus Blondal Johansson to be particularly captivating. This expansive, spiritual work gives me a sense of what the mind might experience in an isolated part of the world, utterly alone with thoughts and memories that so easily bury themselves in a more hectic environment. The CD ends with a hopeful and nostalgic interpretation of "Pièce" by Gabriel Fauré.